Applausi fuori tempo

Il silenzio vero non è l’assenza di suoni: è quando il frigorifero di notte si prende una pausa e capisci che, fino a un secondo prima, era stato la tua unica compagnia. Così suona la diagnosi. Ore 11:07, neon epilettico, un medico con l’espressione di chi sta per spoilerarti il finale di un film che adoravi. «Morbo di Parkinson, stadio iniziale», dice. E il mondo fa crack, come il vetro di una vecchia cornice: improvvisamente scopro che non sono immortale, solo in scadenza.

All’inizio il tremore è un flirt maleducato: ti sfiora, scompare, torna più insistente. Quando fingi di ignorarlo, porta rinforzi. La spalla diventa pietra, il piede balla il tip‑tap, la tastiera si trasforma in dune del Sahara. Sono i sintomi iniziali del Parkinson che ti stalkerando: tu cambi numero, loro ti trovano lo stesso. Intanto l’ufficio si fa acquario – io, pesce rosso osservato dall’esterno del vetro – e le strette di mano diventano toccate‑fuga, come se la fragilità fosse contagiosa. L’autorevolezza evapora più in fretta di un ghiacciolo al sole.

C’è la solitudine standard, quella da sabato sera senza piani; poi c’è il modello premium, quello del corpo che ti tradisce e ti fa pagare l’extra. Ogni mattina faccio l’appello alle giunture: «Polso destro?» presente ma svogliato; «gamba sinistra?» segnale debole. Sembro il comandante di una nave che fa acqua ma deve salpare lo stesso alle otto in punto. Di notte, mentre la città dorme, il cervello timbra straordinari: idee malsane scorrono in HD – Basta, mollo tutto. Il balcone è a due passi – e fa paura la lucidità con cui valuto pro e contro, come se fosse un cambio di tariffa telefonica.

Davanti ai miei recito. «Sto bene», «i farmaci sono una bomba», «i medici dicono che reagisco alla grande». Nella realtà i farmaci sono montagne russe: un giro mi fa sentire Iron Man, quello dopo sacco di patate scadute. A tavola con gli altri sfodero il sorriso degno di un talk show, la mano quasi ferma sul bicchiere, risate a comando. Ogni bugia a fin di bene aggiunge un mattone al muro che mi separa da loro: più recito il ruolo del guarente, più mi sento estraneo, buio dentro.

A fine giornata apro il quaderno delle micro‑vittorie. Firma quasi leggibile – voto 6 – di incoraggiamento. Camicia abbottonata da solo – menzione speciale. Resistere a cena con la forchetta in mano – missione ancora in corso. Medaglie invisibili, ma tintinnano quel tanto che basta per non buttare il quaderno dalla finestra. Nel frattempo, la scienza twitta gattini di ottimismo: nuova molecola, nuovo trial, nuova speranza. Io non metto like, salvo i link, poi torno a giocare a Tetris con blister di pillole oversize sperando che l’incastro perfetto mi regali due ore di pace.

Sfreccio nei forum alle due del mattino – la Disneyland del dolore condiviso. Una canadese spiega la “pen‑technique” per i bottoni, uno spagnolo vende un’app che suona quando arriva l’ora della levodopa. Ringrazio, provo, fallisco, riprovo. Lo specchio mi chiede: «Tra dieci anni chi sarai?» e io cambio argomento, come sempre. Il dolore dell’anima non ha filtro Instagram: vibra come subwoofer fuori controllo, spostando mobili interiori che manco sapevi di avere.

La parola “resilienza” mi fa l’effetto di glitter sparso sopra la merda per farla luccicare. La mia è un patchwork poco glamour: humor nero, rabbia, cinismo. Un cocktail che qualcuno servirebbe con olive e sarcasmo; io lo bevo liscio, senza ghiaccio, sperando almeno di restare lucido abbastanza da capire quando sto per franare. Slogan quotidiani per non crollare: «Cammina finché il piede collabora», «Parla poco, respira di più», «Il Parkinson non è un brand, non serve marketing». Li ripeto guidando con una mano quasi ferma e l’altra a contrattare tregua col tremore.

La sera chiudo la porta di casa e la performance continua. Faccio scivolare “Sto meglio” sul tavolo come se fosse la carta vincente. Chi mi ama sospira di sollievo. Io vado in bagno, appoggio la fronte alle piastrelle fredde, lascio che il sudore confonda le lacrime: in privato il dramma è già in 4K, non serve un primo piano. Poi mi asciugo, mi ricompongo, ritorno in scena.

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